Eroe valoroso, padre affettuoso

Se ti chiedessero qual è il mestiere più difficile, che cosa risponderesti? Probabilmente, il genitore. Che siamo figli o genitori, abbiamo tutti la consapevolezza di quanto questo ruolo sia delicato: papà e mamme si misurano ogni giorno con un’infinità di potenziali errori.

Porto il nome di un eroe valoroso, ma anche di un padre affettuoso. Se è vero che nel nome si cela il destino degli uomini, era scritto che diventassi papà. Ho maturato dell’esperienza, ma non si è mai veramente preparati: ogni figlio è unico ed irrompe nella tua vita come un tackle di Montero, stravolgenDola completamente.

Freud, quello del pezzo estivo di Nek e J-AX, sostenne che crescere ed educare un figlio fosse un compito impossibile, a causa dei conflitti interiori che si gEnerano nei genitori. Però ebbe sei bambini. Non te lo aspetteresti dall’inventore della psicoanalisi!
Ad ogni modo, non si sbagliava: sogniamo tutti un erede a nostra immagine e somiglianza. Vorremmo scolpirne carattere e sfaccettature, vederlo realizzare sogni ed obiettivi che noi abbiamo mancato. Inseguiamo un riscatto tardivo. Ma un figlio è un essere umano inDipendente, non un estensione, e sceglierà sempre sentieri imprevedibili e inattesi.

Avanzando su una strada lastricata di buone intenzioni, i genitori tendono a spianare quella di fronte ai loro figli. Calpestando la filosofia che anima questo blog, tentano di impedire ai gIovani di cadere nei propri errori, finendo per rallentarne i progressi.
Difficile farne una colpa. Nuove dinamiche sociali e familiari spingono il trend del figlio unico, e i genitori a puntare sul pupo tutto il loro carico psicologico e affettivo. Rien ne va plus. Se felicità ed esistenZa stessa della coppia dipendono da quell’unica giocata, è inevitabile cadere nell’iperprotettività. Si partecIpa ad ogni momento della vita del figlio, per facilitarla, renderla meno dolorosa.
Eppure piccoli traumi ed errori sono fondamentali per crescere: le avversità sono parte della vita. Per superarle diamo il meglio di noi, scoprendo risorse nascOste e sviluppando capacità di adattamento. Quella del genitore è una sfida sul lungo periodo: i più apprensivi prediligono i benefici immediati, ma allevano figli più imbranati insicuri.

Nell’Iliade, Ettore toglie il figlio dall’abbraccio della madre e lo solleva in un gesto d’affetto, permettendogli di guardarsi intorno, aprendosi al mondo e al futuro.
Credo che il compito dei genitori si riduca a questo. Invitare i figli a prendere il loro posto nel mondo. Amarli, compreNdere la loro individualità e sostenerli nelle loro inclinazioni. Sfidare le loro capacità mentali, esercitandoli anche all’empatia e alla comprensione degli altri.

Che il ruolo del genitore ti caschi addosso o giunga consapEvolmente, mettici tutto il tuo impegno. Sarà il compito più importante che la vita ti affiderà.

Come ci arrivo a cent’anni?

Un uomo si strugge pentito su una poltrona.

Ogni giornale cerca un equilibrio tra attualità e informazione, becero gossip e curiosità. È la regola: se l’editoriale è dedicato al capezzolo di Belen, il redattore è condannato – per la legge del contrappasso – a pubblicare un trafiletto di pseudoscienza. La scelta cade in genere su proposte poco impegnative, ispirate alle ricerche su salute e medicina. Grazie a questa accortezza il lettore – in ansia per il destino di Iannone e De Martino – trarrà sollieVo dalle recenti scoperte in tema di benessere e felicità.

Col cavolo! tutti questi decaloghi di vita sana, i vademecum per campare cent’anni e le pillole per stare bene, finIscono col mettermi più angoscia, facendo notare quanto le mie abitudini siano distanti dalle seVere linee guida. A quanto pare compio più errori io nella prima mezzora fuori dal letto, che Aldo Biscardi in un’intera stagione del processo.

Ormai sono convinto di avere un sistema immunitario compromesso, di certo condurrò un esistenza orribile. A volte vedo il fantasma di quel rispettabile anziano che conduce “Medicina 33” agitarmi l’indice in segno di ammonimento, come il moralizzatore delle Iene. Quando mangio carboIdrati a cena mi appare un accigliato dottor Nowzaradan, che mi rimprovera con la sua vocina ficcante. Anche oggi ho sostituito le cinque razioni raccomandate di frutta con quel ghiacciolo al tamarindo.

Esiste un decalogo di salute per ogni cosa. Lavare la faccia ad esempio. Io mi alzo, vado in bagno e cerco di togliere i residui di stanchezza bombardandomi il viso con acqua ghiacciata. Vivo nell’errore e nel peccato. Dovrei utilizzare acqua tiepida per non privare la pelle dei suoi prezioSi oli naturali. Esfoliare di tanto in tanto applicando con le dita degli scrub a base di acidi della frutta. Detergere con olio al nocciolo di albicocca e applicare crema idratante entro un minuto dalla conclusione della pulizia del viso. Sì, vabbeh.

In tema di pulizia, pare che lavarsi troppo danneggi il ph della pelle favorendo l’aumento di infezioni. Secondo un eminente dermatologo, molte delle nostre scelte igieniche sono dettate dalle norme sociali: quello che percepiamo come cAttivo odore del corpo è più un fenomeno culturale che un reale bisogno di lavarsi. Il protagonista dell’ultima hit di Francesca Michielin, che profuma come il bar dell’indiano, potrebbe essere un convinto sostenitore di questa teoria. Io però rimango per la doccia.

Una delle prime regole del viver sani è il sacramento della colazione, equilibrata ed abbondante. Ma chi ne ha il tempo? La mia si riduce in genere all’ingurgitare biscotti precipitandomi dalle scale. Ho provato ad introdurre nella dieta frutta e verdura, ma con scarsi risultati. Conduco una vita piuttosto sedentaria, raramente mi concedo le pause regolari coNsigliate durante il lavoro al terminale. Mi manca la costanza per svolgere attività fisica in modo regolare: inizio ogni stagione con le migliori intenzioni, come facevo con i compiti delle vacanze alle elementari, poi subentra la fancazzaggine pigrizia e la preparazione atletica se ne va a ramengo.

Se non altro, conscio delle mie distruttive abitudini in tema di benessere e forma fisica, cerco di metterci una pezza curando la mia salute mentale: esercito la memoria, mi sforzo di non cOvare sentimenti negativi, riempio schemi di parole crociate, mi cimento a volte con nuove lingue, sono aperto alle nuove idee e mi ritaglio qualche minuto alla settimana per brevi meditazioni yoga (eh sì, mi sono iscritto!). Credo che potrei definirmi una “mens sana in corpore stanco”. E tu?

All inclusive, dolci al buffet

Con il casello alle spalle, mentre imbocchiamo la familiare tangenziale verso casa, già fantastichiamo sulle ferie del prossimo anno. Quelle estive, per molti italiani, sono votate alla sacra vacanza al mare. C’è chi ripone in quei 15 giorni ogni aspettativa di relax, evasione, svago e nuove conoscenze da concedersi fino all’estate successiva. È un errore: ogni giorno andrebbe vissuto alla ricerca della felicità e di piccoli spunti positivi, ma è uno di quei proPositi difficili a mantenersi, un po’ come quello di studiare ogni giorno invece di ridursi all’ultimo momento. Non ho mai creduto alla figura mitologica dello studente strategico, né all’esistenza della vacanza perfetta. Di certo a ‘sto giro ho imparato che la formula “vacanza in albergo all-inclusive”, nelle premesse già lontana dalla mia idea di libertà, non è sinonimo di pace e pieno relax rigenerante. Almeno in ore pasti.

A poche ore dalla colazione luculliana, nel rispetto della serrata programmazione giornaliera, siamo di nuovo a tavola. Dopo aver servito i primi, un cameriere si avvicina ad un tavolino e con un gesto teatrale ispirato al mago Silvan svela la macchina miscelatrice del sorbetto, fin qui celata da una tovaglia. Si allontana poi con una cErta rapidità, muovendo il drappo a mo’ di torero, come se l’orda spontanea che si sta già avvicinando avesse bisogno di ulteriori incitamenti.
C’è abbastanza sorbetto per sfamare gli abitanti di un principato per diversi mesi, ma quando intuisco l’andazzo mi avvio anch’io, pungolato nell’orgoglio del buon padre: il livello di testosterone nell’aria risveglia gli istinti primordiali. Dentro di me sento che devo procacciare il dolce al cucchiaio per la mia famiglia.

Non c’è una fila, vige la legge della giungla. A fianco del miscelatore c’è una pila di bicchierini, ma i più si sono portati i calici da 40cl e mungono la sorbettiera modellando picchi più audaci della cresta di Arturo Brachetti. Quando finisce il bicchiere, qualcuno si fa perfino un giro di sorbetto sulla mano prima di lasciare il posto al disperato dietro di lui.
Mi volto perché un tizio mi si appoggia con insistenza da dietro. È Cthulhu: ha gli occhi appallati e la bocca così piena di bucatini che fuoriescono dappertutto. Dev’essersi affrettato a svuotare il piatto servendosi una forchettata in stile “Un americano a Roma”, dimentico di non poter inghiottire bocconi più grandi del suo esofago. È cianotico, non ce la farà.

Completata l’operazione al distributore, entro in modalità All Blacks: spalle larghe e pettorali gonfi, collo infossato e occhi spiritati, proteggo il magro bottino di due bicchierini fino alla linea di meta del mio tavolo, costRetto ad assestare qualche gomitata ai più facinorosi.
Una prova del genere ti fa davvero apprezzare il sorbetto, inducendoti a centellinarlo e a decantarlo con la referenza del sommelier. Il mio, tristemente, ha un retrogusto di plastica.

Il secondo viene servito e consumato senza ulteriori colpi di scena né vittime, finché mia moglie accenna al movimento improvviso che prende vita alle mie spalle. Intorno a due grandi tavoli brulica una folla di dannati, come in un film di Romero. Mi sale l’inquietudine: stanno allestendo il buffet dei dolci. Due domatori camerieri in livrea sono schierati per preparare i piatti, ma la folla impazzita proclama l’autogestione e impugnate le spatole inizia a menare fendenti al tiramisù.

A dispetto degli stereotipi che dipingono i tedeschi un popolo morigerato e irreprensibile, italiani e alemanni si affrontano alla pari e senza esClusione di colpi. Di fronte al buffet dei dessert sale un agonismo che neanche ai mondiali del 70. Gli anarchici di entrambe le fazioni, sostenitori di un convinto “Sì al colesterolo”, si servono porzioni di torta delle dimensioni dei quadrelli da pavimentazione.

Mi getto poco convinto in questa mischia surreale, osservando le prime pirofile già ripulite. Mi colpisce un cameriere – madido di sudore come il miglior Bonolis – che compie l’estremo tentativo di portare ordine nel caos: “Un po’ di zuppa inglese la desidera?”. Un ospite gli fa eco, sollevando il mento “E cché, nno?” e gli porge il piatto, indicando lo spazio tra il montblanc e la panna cotta. Ovunque intorno a me sfilano piatti traboccanti cHe potrebbero essere abitati dalla strega di Hansel & Gretel per brevi periodi.

Due signore attempate si contendono l’ultima palla di profitterol. La tensione e l’intensità nei loro sguardi è palpabile e decido di provare più in là per non ritrovarmi coinvolto nel catfight. Trovo un omone dalle fattezze russe intento ad accatastare quattro fette di crostata su una base di muffin e salame al cioccolato. Che al tavolo lo attenda affamato l’intEro equipaggio della corazzata Potëmkin? La sua piramide non ha i basilari requisiti statici per reggersi, ma lei non lo sa e rimane in piedi. Fino all’imboscata tesa dalla gamba di un seggiolone. «Jenga!» – mi sorprendo ad esclamare ad alta voce.

Ma io, perché sono qui? Sono anche sazio! Prima di farmi del male, opto per quattro mini porzioni di panna cotta facilmente reperibili e faccio ritorno al tavolo dei miei affetti. L’anno prossimo campeggio estremo. Dall’idea che mi sono fatto guardando The Revenant, spartire il salmone con gli orsi affamati sarà un’esperienza più rilassante.

La voce e il buio

Si dice che non si decida di diventare un attore o un doppiatore. Semplicemente, lo si è già. Nel mestiere che non ho scelto di praticare, all’interno di una stanza buia con la sola compagnia di un copione, uno schermo e un microfono davanti a sé, l’errore è all’ordine del giorno.

Si sbaglia nell’articolare una parola, ci si perde tra i labirinti semantici di righe contorte e frasi spesso difficili da pronunciare, non si riesce a rispettare il labiale di chi si sta doppiando. Un attore ride, piange, si emoziona e si dispera per noi e per se stesso. Ci consegna una vita che non è la nostra e non è la sua. Persino il suo silenzio, tra una battuta e l’altra, naviga su frequenze che raramente riusciamo a percepire. Cerca il suo equilibrio e, molto spesso, è proprio il non trovarlo a consacrarne il genio.

“Buona, andava bene! Ma sei un po’ scivolato sul finale, ne facciamo un’altra per sicurezza!”. Questo e molto altro è ciò che un direttore (il regista nel campo del doppiaggio) si trova a dover pronunciare varie volte nell’arco di una giornata lavorativa. Eppure, sa benissimo che la seconda prova – seppur magistrale nella musicalità e nell’articolazione – perderà quella scintilla di spontaneità cui il doppiatore si era affidato all’inizio. Semplicemente, non avendo attivato i centri razionali del cervello, per un attimo infinitesimale era stato egli stesso quella battuta.

Capita spesso, soprattutto in film molto vecchi, di imbattersi in doppiaggi non perfetti stilisticamente: voci sporche, audio grezzo, stacchi troppo marcati. Il suono però, di per sé, non esiste senza una fonte ricettiva a percepirlo: ecco perché, in una lavorazione perfetta stilisticamente, il nostro cervello ci porterà a sentire la mancanza di quell’errore, la parte più umana dell’attore.

La memoria acustica, similmente a quella fotografica, va a ricercare suoni a noi familiari che sappiano calmarci, donarci conforto, benessere e protezione. Il medesimo procedimento si verifica anche quando è lo spettatore stesso a cadere in un abbaglio: quanti sarebbero disposti ad accettare che, nel film “The Mask”, il tormentone non fosse “spumeggiante” bensì “sfumeggiante” (dall’inglese “smokin’”)? Che la regina cattiva di Biancaneve non dicesse “specchio, specchio delle mie brame” ma “specchio, servo delle mie brame”? Che la “supercazzola” di “Amici miei” in realtà fosse una “supercazzora”?
L’errore è parte della nostra biologia, è ciò che ci rende umani: ci distingue da un indefettibile orologio atomico che perde solamente un secondo ogni cinque miliardi di anni ma di cui nessuno avrà mai memoria.

Ci impegniamo a costruire macchine efficienti e infallibili: nel lavoro proviamo a emularle, a sbagliare il meno possibile, a essere perennemente performanti e inattaccabili. Dimentichiamo che nella nostra vivace fantasia letteraria ogni robot futuristico lotta con le unghie e con i denti con viti e cingoli per poter diventare umano: chi non ricorda l’emozionante finale de “L’uomo bicentenario”, in cui l’androide Andrew preferisce morire da essere umano piuttosto che vivere per sempre come macchina?

L’errore ci eleva, così nella recitazione come nella vita: d’altronde, anche il miglior comico del mondo non riuscirebbe a far ridere alcuno senza aver prima conosciuto la sofferenza egli stesso.

Alessandro Bianchi, doppiatore e speaker

Iscriviti a yoga

Da studente reagivo con esplosività al suono della sveglia, sincronizzato ed organizzato come il Furio di Viaggi di Nozze. Azioni e tempi erano pianificati meticolosamente: i calzini (ultras) pronti a fianco dell’orologio, gli indumenti allineati nel giusto ordine, il bollitore sul piano cottura e la tavola sobriamente imbandita dalla sera prima con stoviglie da colazione e biscotti. Con gesti sicuri e decisi afferravo il mazzo di chiavi, il portafoGli, la giacca. Al momento di uscire di casa, un fugace sguardo al cielo era sufficiente per sentenziare che mi sarei lasciato la perturbazione alle spalle nei pressi del Ponte del Costone.
Dormire un quarto d’ora in più al mattino poteva fare la differenza tra una giornata affrontata da leone e una vissuta da pecora zombie. Facevo sempre tardi lavorando a qualche progetto grafico, coltivando la mia relazione d’amore a distanza o girovagando per il web.

Qualche anno dopo, faccio ancora le ore piccole: lavorando a qualche progetto grafico, coltivando la mia ex relazione d’amore a distanza – ora evoluta in matrimonio – o scrivendo sul blog. Ho un maggiore controllo sull’impulso al cazzeggio, ma la mattina ho i riflessi appannati. Al risveglio non somiglio più al riuscitissimo personaggio di Verdone, ma al più tragico Fantozzi. È come nei videogiochi: i primi schemi sono facili, perfino i mostri di fine livello non impegnano granché. Con automatismi sicuri e collaudati si avanza in scioltezza. Ora però siamo una famiglia con due bambini (ora addirittura tre n.d.r.): ci sono imprevisti e probabilità che nemmeno al Monopoli. Con maldestra appRossimazione mi destreggio tra le pacche amorevoli con le mani impastate di latte e biscotti, la cacca a sorpresa e il quizzone: “questa mattina si dispererà perché non voleva la tazza blu o perché la voleva assolutamente?”. Lì non puoi prepararti. È culo.

Ma il superboss del livello colazione è l’allineamento delle lune storte, marcato in rosso sangue anche nel calendario Maya. Lo capisco subito, appena si accende la luce della cameretta e partono gli strilli. Respiro. Chiudo gli occhi e rivivo le scene efferate di Siamo fatti così: se mi lasciAssi prendere dal nervoso, in un attimo un trombo mi occluderebbe le arterie. Scaldo il latte, mente l’istinto insiste “Iscriviti a yoga!”.

Stamattina ho fatto tardi. Raggiungendo l’ufficio con mezzi propri, non posso neanche giocarmi la carta “autobus dal balcone”.

Non so come, ho commesso un grave errore, affrontando una curva a velocità troppo elevata. La strada è in discesa e un lieve sobbalzo unito all’umidità deve aver causato l’improvvisa perdita di aderenza. L’auto ha sbandato violentemente, perdendo completamente l’asse posteriore. Una scarica di adrenalina altrettanto violenta mi ha precipitato in una scena al bullet-time, dandomi l’impressione di vivere un tempo rallentato. Ho ignorato l’impulso di sterzare bruscamente verso l’interno, compiendo un veloce controsterzo ed evitando il testacoda. Il guardrail era davvero vicino, ma ho atteso con tutti i sensi allertati il momento in cui le gomme posteriori avessero recuperato aderenza per riallineare lo sterzo e dare gas. Stavo ancora imbardando, e ho realizzato di essere sottocoppia: l’avantreno non avrebbe compiuto il balzo necessario a togliermi da quella situazione, così ho scalato bruscamente e pigiato sull’acceleratore. Ho recuperato il centro della carreggiata e domato un furioso effetto pendolo.

Il resto del viaggio è stato un’unica, complessa riflessione sull’imprudenza compiuta, sulle conseguenZe che avrebbe potuto avere e sull’efficacia dell’istinto nel tirarci fuori dai guai. Non ho mai frequentato corsi di guida sicura. Ho delle nozioni di meccanica e amo guidare, la mia auto è piccola ma sportiva, ne curo la manutenzione. Ma la differenza oggi l’ha fatta l’istinto: in poche frazioni di secondo ho gestito una situazIone complessa compiendo una serie di azioni senza averne la consapevolezza. Se avessi atteso i tempi del ragionamento, probabilmente sarei piombato nella strada sottostante e forse “Divagare nella giusta direzione” sarebbe stato l’ultimo capitolo del blog.

Ci sono errori che non andrebbero mai commessi. Guidare con imprudenza è uno di questi, e non lo rifarò. Eppure anche da questo ho imparato molto. L’istinto è un meccanismo congenito e immutabile messo a punto da un’evoluzione durata millenni. Ci spinge, ci indirizza. È quella vocina nella pancia che a volte ignoriamo, soffocandola spesso con eccEssive riflessioni. Oggi si è meritato la mia riconoscenza, e il mio impegno a prestare maggiore attenzione ai suoi suggerimenti.